UNA STORIA DI VALLE -25 APRILE AL TEMPO DEL COVID

In queste giornate di pandemia di CoVid-19, che scorrono lente e sembrano sovrapporsi l’una all’altra, senza una meta e senza un perché, ci sono due immagini che vengono spesso a cercarmi.

Una è la foto di un padiglione dell’ospedale Morelli di Sondrio che, di questi tempi, compare ogni giorno sulla stampa locale. L’altra è quella di una giovane infermiera accasciata su una scrivania, stremata da giornate di lotta frenetica contro il Covid-19.

Nel ricordo dei giovani il Morelli resterà per sempre l’ospedale del Coronavirus. Io invece continuerò a pensarlo come il “sanatorio”: una parola ascoltata per la prima da bambina quando, ad appena 5 anni, non riuscivo nemmeno ad afferrarne appieno il suono.

Mio padre, come tanti altri soldati, era tornato dal fronte molto dopo la fine della guerra, malato di tubercolosi. Malati di TBC lo erano anche diversi parenti e conoscenti della nonna materna, rientrati dalle miniere del Belgio con qualche soldo in tasca e nei polmoni la purscéra. E la purscéra, nome assi più evocativo del termine medico di silicosi, si portava quasi sempre appresso la tubercolosi.

Cosi in casa nostra la TBC, la purscéra e il sanatorio venivano spesso nominati, ogni volta che mio padre aveva una recrudescenza del male o quando qualche parente veniva a trovarci e raccontava di chi stava male e di chi se ne era andato o, ancora, quando la nonna si preparava per andare a un funerale.

Poiché allora non si usava che noi bambini restassimo a giocare nella nostra stanza da soli, parlando di sanatorio i grandi intorno a noi si sforzavano di abbassare la voce. Quelle parole, sussurrate, avevano su di me un effetto ancora più drammatico. Non capivo e allora, immaginavo.

Quando venivamo sottoposti ai periodici test con la tubercolina mia madre, sempre preoccupata per noi, scrutava con ansia le nostre braccia per vedere se si verificava  qualche gonfiore o arrossamento,  segnale  che potevamo aver contratto la tubercolosi dal papà.

C’era, in casa, un’attenzione quasi ossessiva affinché ciascuno usasse le sue stoviglie, le stanze da letto fossero areate il più possibile, federe, lenzuola e asciugamani cambiati di frequente, o addirittura a che non ci avvicinassimo troppo al papà quando non stava bene.

C’erano poi le inquietanti, almeno per me, consuetudini scolastiche, come la vendita annuale dei francobolli, che veniva fatta a scuola, per raccogliere fondi per la lotta alla tubercolosi e la “schermografia” a cui venivamo sottoposti annualmente nell’apposito pullmino grigio nel cortile dell’edifico scolastico. Per non parlare del preventorio per i bambini malati che sorgeva proprio all’ingresso di Sondrio, poco distante dal cimitero.

La cosa più terrificante restava, però, l’idea in sé del sanatorio: un luogo separato, dove noi bambini non potevamo entrare e dove, mi pareva di capire, c’erano sentieri riservati alla camminata dei soli pazienti e anche un ufficio postale, perché i malati restavano al “Villaggio” di Sondalo per mesi e mesi e non potevano uscire mai, neanche per spedire una lettera.

Negli anni “eroici” del’68, quando ormai l’infezione da TBC era stata quasi completamente debellata e si minacciava la chiusura del sanatorio, queste immagini così angoscianti di sofferenza e di morte lasciarono il posto  all’idea, molto più rassicurante, dell’Ospedale Morelli come simbolo delle lotte per la tutela del posto di lavoro e della salute pubblica.

Fino ad allora non avevo ancora messo piede in quel luogo tanto fantasticato e temuto e non lo feci neppure in quel periodo, giacché le manifestazioni a sostegno dei lavoratori si svolgevanoo nelle strade di Sondalo o del fondovalle.

Entrai al “villaggio” per la prima volta nel 1990 per andare a trovare alcuni amici dell’associazione Gamma che, essendo sieropositivi, non rispondevano alle terapie tradizionali antitubercolari.

E così, di nuovo il sanatorio, con i suoi immensi padiglioni in parte smantellati, gli spazi verdi per le passeggiate dei malati ormai trascurati, i luoghi di socialità per i pazienti, l’edicola e la posta non più in uso, mi riportava ricordi di solitudine, di morte, di paura, ma anche (adesso ero in grado di capirlo) di stigma sociale.

Agli inizi del nuovo millennio, a mitigare l’immagine così cupa del Morelli, sopraggiunse l’apertura, nell’ex sanatorio, di un hospice, il primo in Valtellina, grazie all’impegno di un caro amico, il dott. Donato Valenti e dell ’Associazione Siro Mauro.

Per i parenti e gli amici delle persone malate di AIDS in fase terminale, l’hospice rappresentò un luogo “sicuro”, dove ai loro cari, che faticavano a trovare assistenza altrove, era possibile chiudere gli occhi in pace e, almeno in quegli ultimi brevi mesi di vita, liberi dai giudizi e dai pregiudizi che li avevano accompagnati nei loro anni più difficili.

Niente di sorprendente quindi se l’immagine del sanatorio mi si ripresenta spesso alla memoria in questa lunga Pandemia che ha sconvolto molte delle nostre certezze, e ci ha costretto rapidamente a familiarizzare (ri-familiarizzare, per me) con parole come infetto, infezione, isolamento, stigma dell’infetto.

Fino all’altro giorno non mi era chiaro, però, perché dovessi ripensare così spesso a quell’ infermiera accasciata sulla scrivania.

È vero che ho una figlia medico e che in questi giorni il pensiero va spesso ai rischi che può correre, tuttavia sentivo che non era a quello che l’immagine mi rimandava. Infatti, spesso, le due fotografie, il sanatorio e la donna, si sovrapponevano come se volessero dirmi qualche cosa d’altro, o qualche cosa di più.

Ieri il cerchio si è chiuso, ho capito finalmente perché le due immagini vengono così spesso a cercarmi. C’è una storia da raccontare, una storia di cui il sanatorio Morelli è stato testimone e forse anche in parte artefice, quella di due donne, due dottoresse, Bianca Maria Morpurgo e Sofia Sara Kaufman che mi parlano attraverso l’immagine di una infermiera stremata.

Bianca Maria Morpurgo e Sofia Sara Kaufmann erano due ebree, che nel 1943 erano ancora miracolosamente in servizio presso il sanatorio Morelli, miracolosamente perché le leggi razziali del 1938 avevano escluso la possibilità per i medici ebrei di esercitare l’attività nei confronti dei pazienti non ebrei e avevano previsto l’espulsione di tutti gli ebrei stranieri dal Regno d’Italia.

Bianca Maria era una giovane donna di 27 anni, che le vicende della vita avevano portato in Valtellina, assieme ai suoi genitori e a due sorelle.

Sofia Sara invece era nata a Yalta nel 1891 ed era approdata a Sondalo dopo una vita avventurosa attraverso mezza Europa.

Entrambe vennero arrestate a Sondalo il 2 dicembre del 1943, in ossequio alle nuove disposizioni della Repubblica Sociale Italiana che rendeva obbligatorio l’internamento di tutti gli ebrei, a qualunque nazionalità appartenessero. Non conosco nel dettaglio le modalità dell’arresto. Ci fu una delazione da parte di un malato o di un collega? oppure qualche zelante funzionario riuscì a scovare il loro nome in un elenco di ebrei censiti nel 1938 o in altra occasione? O ancora fu il caso a mettere la polizia sulle loro tracce?

E’ certo però che il 2 dicembre del 1943 assieme a Bianca Maria vennero arrestati anche gli anziani genitori e due sue sorelle, Alice Annetta e Maura, che era stata insegnante al Liceo Petrarca di Trieste fino al 1938 e poi, presumibilmente a causa dell’entrata in vigore delle leggi razziali, aveva lasciato l’incarico. Il 17 gennaio 1944 le autorità italiane decisero di consegnare tutta la famiglia alle autorità germaniche e il 30 gennaio del 1944 i Morpurgo vennero deportati ad Auschwitz. Il giorno stesso del loro arrivo al campo, padre madre e due delle tre sorelle, Maura e Alice, furono inviati alle camere a gas. Solo Bianca Maria, in quanto medico, fu risparmiata. C’è un passo, in una nota del capo della provincia di Sondrio al ministero dell’interno, che rende quell’arresto particolarmente drammatico: “ Si fa presente che questo Ufficio, aderendo alle vive istanze avanzate dalle figlie ha soprasseduto dal rilasciare i coniugi Morpurgo Abram Alberto e Curiel Amelia che entrambi hanno superato i 70 anni d’età  in considerazione che  gli stessi per la loro età avanzata e perché privi di mezzi di sussistenza  non sono in grado di far fronte da soli alle necessità della vita”.

Mi sono chiesta più volte con quale strazio durante quel viaggio le sorelle avessero ripensato alla loro scelta di non abbandonare i genitori, ma ogni volta una sorta di pudore mi ha fatto distogliere il pensiero. Ci sono dolori così incommensurabili e così privati che non possono essere violati dal nostro bisogno di sapere e di capire.

Come Bianca anche Sofia dovette assistere all’arresto della madre Etta Blinder che, appreso ciò che era avvenuto a Sondalo, fuori di sé dall’angoscia, si era presentata in questura a Sondrio per chiedere notizie dell’accaduto. Etta era convinta di non avere nulla da temere in quanto era vecchia e inferma. D’altra parte, anche per lei come per Abram Morpurgo e la moglie il pensiero di vivere lontana dalla figlia era intollerabile ed era decisa a dividerne la sorte. Pare che il poliziotto a cui si presentò l’accogliesse con queste parole: «Ha fatto bene e presentarsi da sé, signora; così ci ha evitato il disturbo di venirla a prelevare»

Eta Blinder seguì dunque la figlia ad Auschwitz e Sofia la vide finire nella camera a gas una volta giunte al campo.

Una vita avventurosa e spesso drammatica quella di Sofia. Nata con il nome di Sara Abramovna nel 1891 da una famiglia ebrea di Jalta in Crimea, i Kaufmann, fin da ragazzina dovette assistere ai violenti scoppi di odio razziale perpetrati nella sua zona d’origine da folle inferocite, fomentate dai servizi segreti dello zar. Dopo aver studiato medicina a Mosca, specializzandosi in tisiologia, nel 1913 sposò un nobile russo, per amore del quale accettò di farsi battezzare e cambiare nome e patronimico. Morto il marito durante la Rivoluzione d’ottobre, fuggì con la famiglia, prima a Costantinopoli e poi a Parigi, dove si risposò due volte, la seconda con un ebreo iraniano. Rimasta di nuovo sola, nel 1938, si trasferì con l’anziana madre in Italia a Milano, dove abitava una delle sue sorelle con marito italiano e due figli e da lì in Valtellina.

Sopravvissuta ad Auschwitz, subito dopo il rientro dal campo di concentramento Sofia dettò le sue memorie al cognato, il poeta Alberto Cavaliere, che le raccolse in un libro pubblicato da Sonzogno nel 1945 con il titolo I campi della morte in Germania nel racconto di una sopravvissuta. Nel 2010 il libro è stato ripubblicato a Milano da Paoline Editoriale Libri .

Scrive Fania Cavaliere nell’introduzione alla seconda edizione del volume “Ciascuna testimonianza della Shoah è un dono, un regalo doloroso e sofferto, un atto di estrema generosità da parte dei sopravvissuti (…) Ogni volta, con il loro racconto ribadiscono, paradossalmente, proprio loro che tanto hanno patito, un atto di fiducia nell’uomo, nella sua possibilità di cambiare, di crescere, di imparare, di costruire un futuro migliore

Grazie quindi Sofia, oggi, a distanza di 75 anni, per questo tuo dono e per questa tua incredibile forza che ti ha permesso di restare umana anche dopo aver convissuto con l’inumano, di continuare a sentire, pensare e sperare là dove ogni pensiero, ogni speranza, ogni sentimento erano stati calpestati all’infinto più di 6.000.000 di volte. 

Se la vita di Sofia  mi è nota, almeno a grandi linee, di Bianca Maria non ho altre notizie, se non quelle scarne dell’arresto e quelle contenute in una lettera da lei scritta a Luciana Nissim, al suo rientro dal campo di concentramento. C’è un brano che mi ha particolarmente colpito “Purtroppo di Vanda posso darti le più esatte notizie: era al blocco 22(eravamo passate(parola non chiara n.d.r )al  Zigoinen  Lager ) stava male aveva (parola incomprensibile n.d.r) e una forma di T.B.C abbastanza grave. E’ andata con la selezione verso la metà dello scorso anno. Ho fatto l’impossibile per salvarla, sono persino andata a parlare con König (lo ricordi ) ma tutto è stato inutile; non ho rimorso ad averlo fatto, ma all’ultimo momento le ho dato un tubetto di Gardenal! E’ stato un vero strazio “

Guardo la foto dell’infermiera e penso a Bianca Maria affranta, inginocchiata con le braccia appoggiate alla sua branda nella baracca del lager. Penso che il dolore dell’una si perde in quello dell’altra: il dolore per non aver potuto salvare una vita, per il peso di scelte difficili, ma sento anche che la coscienza del proprio dovere e il coraggio dell’una danno forza e vita a quelli dell’altra.

In questo 25 aprile al tempo del coronavirus mi sembra giusto ricordare Bianca Maria, la sua lezione di coraggio, la forza di lottare anche quando non sembra esserci più un senso a farlo.

La vedo davanti a König, uno dei medici nazisti del campo di Auschwitz, che chiede aiuto e pietà per Vanda e so che, tra i due, quella più forte, anche in quel momento, è lei.

Viva la libertà.

Marisa Gualzetti