Marino D.

 

Premessa

Il limite di questo racconto è di non essere stato scritto direttamente dal Marino ma da un redattore improvvisato che ha avuto con lui lunghe conversazioni nel 2019 perlopiù in dialetto con citazioni in italiano, armato di penna biro e di vecchia agenda della Popolare.

Il redattore dilettante spera che la sua impronta non sia devastante. Il Marino, comunque, ha benevolmente approvato questo testo e poi ci siamo rivolti a un amico, Lorenzo, che ha scritto sul PC e mandato il tutto a Sondrio a quelli di Archivio 68 (Micio, Marisa e compagnia cantante).

 

ALPINO INVADE L’AUSTRIA

Naja

I sacri confini

La mia fotografia e un articolo con questo titolo apparvero nel febbraio del ’64 sul quotidiano di lingua italiana di Bolzano “Alto Adige”. Allora c’erano ancora tensioni separatiste sud-tirolesi con attentati ai tralicci ed io ero di guardia al confine del Brennero e senza cattive intenzioni, andando avanti e indietro sul ponte, ero effettivamente sconfinato

Marconista

Alla visita di leva ero andato molto bene nei quiz (una delle mie passioni). Al colloquio dissi che volevo imparare un mestiere e mi proposero di fare il marconista e io accettai ma non sapevo neanche cosa volesse dire! (da Marconi, quello della radio)

Matrimoni napoletani

Mi mandarono a Napoli, a san Giorgio a Cremano a fare un corso e lì ogni fine settimana degli sconosciuti venivano a prenderci per portarci ai matrimoni, poiché di alpini vestiti da alpino lì ce n’erano pochi  e loro erano convinti che portassero fortuna! Come potrei parlare male dei napoletani?

Guida alpina per forza

Facemmo un campo invernale tra Solda e la Val Martello ma ero l’unico montanaro. Gli altri erano tutti figli di generali e di sottosegretari  e completamente inesperti per cui il capitano Scaragi (napoletano) mi chiedeva sempre consigli. Io portavo la pesante radio che ci avevano lasciato gli americani nel 45 ed ero di retroguardia/sicurezza e fui l’ultimo a superare un dosso

La valanga

Così fui l’unico a sentire e vedere una valanga sul costone di fronte, da dove giunsero delle grida di aiuto. Il capitano ci ordinò di tornare tutti al rifugio Nino Corsi e andò verso il punto dell’incidente con un paio di sergenti. Gli altri tornarono su ma lasciarono giù gli zaini, io feci due viaggi avanti e indietro per potare su l’altra radio più moderna in due blocchi con cui si poteva chiedere soccorso e la mia pesante monoblocco

Il sergente maggiore

A quel punto il sergente maggiore mi ordinò di portare su gli zaini degli altri, appena avessi ripreso fiato. Io gli misi le mani al collo e minacciai di buttarlo giù dallo strapiombo e andai invece alla valanga.

L’ho vista morire

Mi arrampicai lungo la valanga e vidi spuntare uno sci, scavai e trovai il volto di una persona che mi guardava ma poco dopo venne meno. Era una donna e mi spiegarono poi che avrei dovuto bloccarle la lingua per evitare il soffocamento da risucchio

I piedi del capitano

Ad un certo punto il capitano mi disse che non sentiva più i piedi, per inizio di congelamento. Io gli tirai fuori subito gli scarponi e i calzettoni e gli massaggiai vigorosamente i piedi col grasso per scarponi che avevamo in dotazione

Stube/osteria

Alla sera giungemmo a Solda dove eravamo alloggiati in alcuni gelidi garage in cui ricevemmo l’ordine di rimanere a dormire per non recare disturbo. Ma io avevo una fame boia e con altri 3 o 4 andai alla stube/osteria. Come aprimmo la porta vedemmo subito il capitano con altri ufficiali e io scattai col saluto militare  mentre gli altri se la diedero a gambe. In quell’istante quelli del soccorso alpino (c’era anche un prete) mi chiamarono in una saletta attigua e io ci andai di buon grado. Non chiedetemi poi come andò, so solo che mi risvegliai da un sonno profondo la mattina dopo nel sacco a pelo in questo gelido garage

Carriera e galera

Naturalmente il sergente maggiore mi aveva denunciato e fummo convocati entrambi dal capitano. Io non negai di averlo aggredito ma spiegai la situazione: il capitano disse al sergente maggiore che se non avesse ritirato subito la denuncia contro di me, io sarei finito 6 mesi al carcere miliare di Peschiera, ma lui gli avrebbe stroncato la carriera militare. E così evitai la galera!

Negozio e visita parenti

Una sera a Merano, poco prima dell’orario di ritiro in caserma, alle 11 di sera, vidi un ometto molto turbato davanti ad un laboratorio/negozio e mi spiegò che non riusciva a chiudere la serranda. Io gli diedi subito il mio tesserino militare e lui andò a cercare un fabbro: lui risolse il suo problema ma io feci una notte in cella per il ritardo. Il giorno dopo lo stesso capitano mi lodò perché i militari dovevano essere a disposizione della popolazione. La domenica successiva sentii all’altoparlante “Albino Del Curto visita parenti” ma io non aspettavo nessuno! Era il negoziante che fece questo gesto tutte le domeniche prima di andare a messa in una chiesa lì vicino. Fini che alla domenica non mi diedero più nessun incarico

 

SCUOLA

Contestazione e fuga

Ho fatto le elementari a Chiavenna dove la mia famiglia abitò dal dopoguerra fino a quando facemmo la casa nuova a Borgonuovo di Piuro. Fino alla quarta tutto andò bene con la maestra Cerletti, mamma del Ginetto, in quarta ebbi il maestro Andreoli solo che lui andava spesso in direzione perché sostituiva il direttore. Naturalmente ogni volta che tornava in classe i soliti scalmanati stavano facendo casino e lui dava la punizione a tutti: esempio per compito a casa scrivere 100 o 200 volte “in classe si sta composti e silenziosi“. Questa ingiustizia era incompatibile con le mie convinzioni! A febbraio, per protesta, smisi di andare a scuola e andai su in un maggengo sopra Piuro dove mia zia aveva scorte di fieno e teneva su le mucche. Persi l’anno ma sono tuttora orgoglioso di questa contestazione. Il maresciallo, per evasione dell’obbligo scolastico fece visita in famiglia ma non venne certo su  a riprendermi!

Ripetente

L’anno dopo ripetei la quarta. Il primo giorno di scuola eravamo tutti schierati e la maestra ci chiese di consegnarle i compiti delle vacanze, ma io avevo fatto il pastorello tuta l’estate in Val di Lei; per fortuna intervenne il maestro Ettore che anche lui d’estate lavorava in Val di lei e disse alla maestra di lasciarmi in pace. Mi misero in classe con questo maestro però anche lui, che aveva fatto a lungo l’ufficiale di fanteria, non aveva un’idea egualitaria della società, infatti quando interrogava quelli come il Guido Scaramellini (poi direttore di “Clavenna”) o il Marco Sertori, che parlavano bene l’italiano lasciava scegliere a loro l’argomento, mentre a noi altri imponeva lui quello di cui parlare. Aiutò alcuni di noi per l’esame di ammissione alle medie e ci fece andare a casa sua. 

I dolori del giovane studente delle medie

Alle medie ero bravo in matematica e cito un fatto: dovevamo risolvere un problema a casa, ma secondo me i dati erano male impostati. Venne a casa anche il Giorgio De Peverelli, della famiglia proprietaria della Frigotecnica industriale Chiavenna perché anche lui non ne veniva a capo. Il giorno dopo riferii la mia tesi alla prof.ssa Brandone e lei prima fu incredula ma poi andò in sala prof a consultare il testo originale e dovette darmi ragione.

Bocciato!

Ma in latino andavo male, però non avevo neanche il vocabolario perché costava troppo e per i compiti in classe me lo prestava un’alunna di un’altra sezione. E il prof.Festorazzi che era anche il preside mi diceva: “Il tuo è il latino di Reguscio”, una vecchia frazione marginale di Chiavenna. Niente da fare! Fui bocciato due volte e la licenza media la ottenni solo anni dopo con le 150 ore. Lui, che pure era socialista, aveva un’idea antica della cultura.

Amicizia 

Devo dire però che il preside Ginetto Festorazzi tenne sempre un rapporto speciale con me e anni dopo, una sera, si scomodò a venire fino a Borgonuovo di Piuro e mi disse: “Marino devi venire giù a scuola a ritirare il tuo diploma, perché io vado in pensione e non voglio lasciare in giro disordine”

 FABBRICA

Lavoro e libertà

A 15 anni andai a lavorare in fabbrica

Dal ’57 al 67 (con la pausa naja) alla Persenico ski

Dal ’76 al ’79 quando si chiamava Spalding

Dall’89 al ’99 quando si chiamava Fabbrica Sci

Quando avevo bisogno di libertà me ne andavo e facevo altri lavori e lavoretti. Potevo permettermelo perché adesso i miei fratelli e le mie sorelle sono tutti nonni ma io non ho mai avuto vincoli familiari, tranne con mia mamma cui ho fatto compagnia nella sua lunga vecchiaia. Se ne andò a 96 anni.   

Burro e formaggio

Il primo anno però il collocatore non mi diede il cartellino rosa che serviva per essere messo in forza, dicendo: “Prima i padri di famiglia”. E così lavorai in nero. L’anno dopo si ripetè questa litania e io cominciai a dubitare. Al terzo anno si ripropose la scena ma io mi infuriai e gli dissi : “Adesso dai il cartellino anche a me e non solo a quelli che ti portano burro e formaggio, sennò ti spacco il muso!”. Come per magia, il giorno dopo mandò un suo galoppino col cartellino rosa e passai a un lavoro regolare. Fui subito eletto nella commissione interna e anche riconfermato, anche se io in quei giorni sono stato 15 giorni all’ospedale a Sondrio perché aveva fatto infezione una botta presa giocando nella Chiavennese.

Storia di uno sciopero 

Nel luglio ’64 si trascinava una vertenza da mesi, senza sbocchi, ed era stato fissato un incontro tra Chiarelli per la Camera de Lavoro e il Petrucci per la CISL, coi Persenico. Ma l’incontro saltò perché quello della CISL non si era presentato. Io persi la pazienza e organizzai uno sciopero per il pomeriggio. Già all’una ero lì a bloccare gli ingressi . Il Renzo Gianoli andò in moto a Prata ad avvisare il Chiarelli che arrivò trafelato in bicicletta alle 13.25 e invitò tutti allo sciopero. Il signor Carlo Persenico lo minacciò e lo invitò ad allontanarsi 30 metri dalla proprietà. Il Guidi che era già dentro e aveva avviato la toupie quando vide maltrattare il Chiarelli spense tutto e tutti uscirono. Facemmo un corteo attraversando Chiavenna fino a Pratogiano e chi volle cantò liberamente “Bandiera Rossa”. Poi intervennero i carabinieri perché non avevamo nessun permesso e allora andammo tutti alla Soc.Operaja e lì era come casa nostra. Tempo dopo venni a sapere che questa nostra manifestazione aveva fatto cadere la candidatura del Sig.Carlo Persenico a Sindaco perché settori della DC sapevano che da 200 famiglie non sarebbe stato votato.

Carlo e Alfredo Persenico

Questi due fratelli erano i titolari della ditta fondata nel 1908 da alcuni soci e poi rilevata dal loro papà Raimondo. Era una ditta conosciuta a livello internazionale, forniva gli sci all’esercito e negli anni ’70 aveva una squadra di specialisti per gli sci di Gustavo Thoeni. Mio papà Giuseppe (Pepo) era falegname specializzato e ci lavorò una vita. Nel 1928, per esempio, faceva eliche di legno per gli aeroplani dell’aeronautica. Con varie denominazioni, questa azienda durò quasi un secolo e tutto finì ingloriosamente con un incendio poco prima del 2000. Gli operai furono liquidati due anni dopo.

Spintoni e scrivanie

La settimana  dopo dovetti calmare gli animi perché uno dei fratelli aveva aggredito il Chiarelli dicendogli che non era più il tempo dei partigiani e che doveva abbassare la cresta. Un’altra volta c’erano in ballo delle promozioni di categoria e il Sig.Alfredo disse che doveva andare in America per lavoro e che al suo ritorno avrebbe preso delle decisioni, ma io ribattei subito che le decisioni doveva prenderle insieme alla Commissione interna. Lui si infuriò e mi ribaltò addosso la scrivania e si accasciò al suolo. Io uscii e dissi ai dirigenti che origliavano fuori di occuparsi del’infortunato. Il giorno dopo arrivò dagli uffici di Milano il Sig.Carlo e mi disse “Marino, cos’hai combinato?” e mi invitò ad andare a trovarlo all’ospedale. Ma si trattava solo di un leggero infarto e io l’avevo già visto passeggiare in vestaglia nel cortile dell’ospedale e non andai.

Prima fuga dalla fabbrica

Nel ’67 il nipote che si chiamava Raimondo come il nonno mi propose di gestore un nuovo reparto. Io chiesi di poter valutare gli operai ma la trattativa non andò in porto e allora io mi licenziai e dopo un po’ andai a lavorare nei cantieri edili in Svizzera

1968

Nell’inverno del’68 stavo per partire per il Belice dopo il terremoto per dare una mano quando arrivò il caporeparto Cavatorta e disse che di lì a pochi giorni avrebbero aperto in anticipo il cantiere in Svizzera. Qui si guadagnava bene e parecchi si costruirono la casa in valle in quegli anni, ma a me mancava la mia libertà e le mie relazioni sociali e a giugno mi licenziai.

Omnia fili

C’erano stati dei finanziamenti e fu istituito un corso per diploma di filatura tessile e il Giorgio Scaramellini che era presidente della Provincia raccoglieva nomi. Io aderii ma ero il più vecchio. Per 3 mesi un pulmino ci portava a Pianello Lario intanto che costruivano lo stabilimento nuovo a Prata accanto alla Berkel. Io protestai perché si lavorava solo ma non c’era scuola. Il giorno dopo ci diedero dei libri sulla filatura e poi ci rimandarono a lavorare. Dopo 3 mesi fui l’unico bocciato (recidivo) e il Giorgio Scaramellini mi invitò a ripetere il corso per altri 3 mesi con altri compagni e mi garantì il diploma. Io così feci e poi me ne andai perché quei pasticci non i pace vano.

1969, doppio malinteso

Nel ’69 lavorai alcuni mesi a Milano per la Cucirini ss macchine tessili. Mi aveva mandato giù uno che frequentava il caffè Svizzero. Poi loro volevano mandarmi a  fare un corso in America, e mi dissero “C’è in giro un gran casino ma voi Valtellinesi siete gente tranquilla”. Difatti avevo un aspetto assolutamente rassicurante,tradizionale nel taglio di capelli e nei vestiti. Insomma, ero un perfetto esperto di francobolli, passione che tuttora coltivo, e li ho ingannati. Ma l’America non faceva per me e scappai a gambe levate.

Capannoni e Lotta Continua

La ditta di prefabbricati che aveva costruito un’ala dell’ospedale di Chiavenna cercava manodopera e in 5 o 6 partimmo per il Friuli. Poi tutta l’estate lavorammo sodo a costruire un nuovo capannone della Fiat a Torino. Lì avevo visto un cartello di un’assemblea dove si stava formando Lotta Continua e un sabato non andai a lavorare e mi presentai; ma c’era un servizio d’ordine e non mi fecero entrare. Nessuno mi conosceva e sembravo un cittadino troppo per bene ! Insomma, quell’anno ingannai col mio aspetto sia i padroni che i rivoluzionari! Magari sarei potuto diventare un loro attivista, chissà. All’inizio di settembre sentimmo nostalgia della Sagra dei Crotti, c’erano delle automobili in svendita, facemmo una colletta tra di noi, ne comprammo una e tornammo a Chiavenna.

 

VICINANZE   

Il Chiarelli

Il Giulio Chiarelli, nel ’45, dormì una notte accanto al mio letto nella casa vecchia di Piuro, io avevo 3 anni. Lui era in fuga dalle carceri di Via Caimi a Sondrio; gli altri politici erano già stati liberati ma lui, a causa del reato di espatrio clandestino (era stato in Spagna nelle Brigate Internazionali) era stato trattenuto e fu l’ultimo a scappare. Il giorno dopo fu accompagnato alla quarta, che vuol dire la quarta uscita della galleria idroelettrica Villa/Prata i cui lavori erano andati avanti anche durante la guerra. Lì c’erano i minatori con la dinamite ed era più al sicuro che in Vaticano.

Doppia tessera

Nei primi anni ’60 lui era segretario della Camera del Lavoro di Chiavenna e io ero in Commissione interna per la CISL. Ad un certo gli chiesi la tessera CGIL e lui me la diede di buon grado ma dopo poche settimane, amareggiato, mi disse di restituirgliela perché a Sondrio avevano bocciato questa sua eccessiva apertura con un cislino. Tuttavia continuammo a collaborare: lui per me era come uno zio. L’ultima volta lo vidi a metà anni ’70 che andava alla stazione per recarsi in Liguria dove era in ritiro con la moglie che era cattolica e che aveva sposato con rito speciale come prevede il rito cattolico. Per dare un’idea del personaggio ricordo che lui mi disse: “Per fortuna che in Liguria non abbiamo vinto perché non eravamo ancora pronti”.

La CISL

Sono sempre stato cislino per tradizione familiare, il Pomini quando veniva a Chiavenna pranzava a casa dei miei. Sia lui che il Valerio Dalle Grave non erano certo dei moderati, ma io li tenevo sula corda e non risparmiavo critiche all’apparato sindacale. Una volta il sig.Aldo Cerfoglia, dirigente della Persenico mi disse di girare liberamente per la fabbrica per raccogliere adesioni alla CISL in funzione anti-CGIL in vista del rinnovo della Commissione interna, ma io gli dissi di non contare su di me e che ognuno poteva scegliere liberamente il sindacato che preferiva. Avevo anche delle questioni aperte col responsabile della CISL di Chiavenna Petrucci che compì anche delle irregolarità e il Pomini gli diede 3 giorni per allontanarsi da Chiavenna.

Dignità operaia

Una volata un nostro tesserato ricevette una lettera di ammonizione e il sindacalista Petrucci mi disse di prendermi in carico la faccenda; ma io gli dissi che quel tale era una persona scorretta e che non era difendibile e di farsi restituire la tessera. So che questo non piacerà a qualcuno ma io avevo un’idea della dignità operaia in tutti i sensi!

Il Valsecchi

Quando era ministro lo contestati solo 3 volte.

  • Ci fu nel ‘72 un suo comizio, per la prima volta all’interno del cinema Victoria, e lui esordì dicendo: “Cari concittadini se la DC non otterrà la maggioranza entro 6 mesi ci sarà la rivoluzione”. Io sbottai a voce alta “La rivoluzione ci sarà se la DC otterrà la maggioranza!”. Silenzio di tomba. E scusatemi se non ho indovinato. Tuttavia mi tenevano buono e il capo vigile Kekkè mi invitò a d un rinfresco al Crotto Torricelli. Io ci andai ma si sentii subito a disagio e nonostante mi dicessero”paga la DC” io pagai ostentatamente davanti a tutti la bibita che avevo bevuto e l’oste intascò di buon grado.
  • Ci fu, credo nel ’76, un raduno degli alpini della valle al campo sportivo dell’oratorio con messa e discorso. Il Carlo Rosi, capo sezione degli alpini, mi aveva garantito che non ci sarebbero stati discorsi politici perché eravamo sotto elezioni. Io ero lì non col cappello da alpino ma in divisa della banda. Ma dopo poche parole lo stesso Carlo Rossi, con la scusa che era anche lui un alpino, passò la parola al Valsecchi. Io deposi il clarinetto e feci due sonori fischi che fecero eco contro le rocce di Capiola che formavano un anfiteatro naturale. A bocce ferme l’unico che mi fece i complimenti fu il maestro della banda che però era un forestiero
  • Mi trovavo a Madesimo a lavorare con un muratore nel cortile della villa del dottor Fertitta e vidi passare il Valsecchi con un distinto signore. Quando li vidi tornare indietro balzai fuori e dissi a quel signore: “Quello che gli promette il ministro è anche mio!”. Qualche giorno dopo il Valsecchi mi rintracciò nei pressi del Caffè Svizzero e mi disse: “Marino, mi hai fatto fare una figura col Moratti!”. Quel signore era il capo della dinastia dei presidenti dell’Inter e dei petrolieri. Il Valsecchi fu coinvolto nello scandalo petroli e fu poi prosciolto e l’unico condannato fu un generale della finanza che nel frattempo era passato a miglior vita.

I socialisti

Alla vigilai di un congresso provinciale socialista mi giunse tramite posta una tessera del PSI a me intestata. Io caddi dalle nuvole e andai a chiedere spiegazioni al mio amico e referente politico Febo Zanon, partigiano. Lui i spiegò che alcuni del suo partito facevano così per avere più deleghe al congresso. Io misi nelle sue mani la tessera e rimanemmo con stima reciproca, difatti in quel periodo votavo socialista. Un’altra volta fui convocato dall’Eros Persenico, gestore del Caffè Svizzero,in una saletta riservata dove c’era il senatore Catellani che volle sapere della vicenda Omnia Fili e disse che mi avrebbe inserito con un buon posto. Ma io ero stufo di quei maneggi e lo mandai a quel paese.

Il collettivo “operai/studenti”

Quando ci fu, credo nel ’76. Il comizio del fascista Pisanò in piazza Castello, io con altri feci da barriera tra quelli del collettivo e la polizia: loro erano più giovani di me, tutti nati negli anni ’50. Quando ci fu una prima piccola carica loro si rifugiarono all’interno del palazzo Salis. La polizia voleva stanarli ma io spiegai al responsabile della piazza che lì dentro, in un piccolo magazzino,avevano la loro sede. La Leda Zanon ed io, con altri, ottenemmo di poter fare un corteo per le vie del centro che fu chiassoso ma senza incidenti. Con alcuni di loro avviai un’amicizia che continua tuttora. Con la Emilia Curti, ora deceduta, mi ritrovai negli organismi CISL. A lei diedi anche qualche contributo, credo per l’acquisto delle trombe e altoparlanti per i comizi di DP.      VITA DI PROVINCIA

Pause attive

Nei periodi in cui non lavoravo in fabbrica (Persenico, Spalding e poi Frisia dove conclusi la mia attività lavorativa) non stavo certo con le mani in mano; commerciavo in francobolli ed ero anche responsabile della teleferica per i monti di Piuro. Con mio fratello gestii anche un negozio di fruttivendolo che andò bene ma ci occupava troppo tempo e poi vendemmo la licenza al mio omonimo che ingrandì l’attività e fece carriera nell’Associazione Commercianti Sondrio .  

Tre storie di Caffè Svizzero

  • Bresaola

Nei primi anni ’60 nella pausa pranzo ero lì a bere il caffè e arrivò anche un altro operaio per il suo caffè. C’erano lì anche alcuni della crema chiavennasca che insinuarono “adesso anche gli operai vanno al bar a bere il caffè”. Io non restai certo zitto e li mandai al diavolo con raffinate espressioni dialettali. Questo altro operaio si confidò poi alla domenica con altri operai al Circolo ACLI e disse che aveva bevuto il caffè al bar perché quel giorno compiva 50 anni. Era il papà di quel Centa che proprio quell’anno morì vicino all’Angeloga e c’è tuttora la lapide sul sentiero. Pochi giorni dopo mi mandò a chiamare un imprenditore, il vecchio Pozzoli “salumi” che non aveva stima di quegli sbruffoni e mi regalò una bella bresaola!

  • Russia e Romania

 Sempre lì ebbi una disputa per ragioni politiche col Gianni Vella con cui avevo giocato nella Chiavennese calcio. Lui all’improvviso mi balzò al collo di andare in Russia. Io ero seduto e per un momento fui in difficoltà. Ci fu una colluttazione e si ruppe anche un tavolino, poi riuscirono a separarci. Pochi giorni dopo capii perché era così agitato. Io non andai in Russia, andò lui in Romania lasciando a mani vuote una ventina di dipendenti e dopo aver intascato dalla Samas per cui lavorava in subappalto. Più avanti intervenne suo cognato del pastificio Moro, saldò il buco e il personale fu liquidato. Di questa vicenda si occupò anche il Consiglio Unitario di zona di cui facevo parte. Questo organismo durò finchè c’era ancora qualche prospettiva di unità sindacale e poi cessò.

  • Scala 40

Negli anni ’80, sotto Natale e fino a Capodanno, gestii per conto della Sportiva Chiavennese di cui ero socio una rande gara di scala 40 che ripetei per alcuni anni fino all’85. Un anno arrivai a gestire una cifra record di vendita biglietti.

44 milioni di lire:

5 milioni alla Società Sportiva

1 milione a me

1 milione di spese vive (es. 40 mazzi di carte)

E il resto per i premi da mettere in palio.

Tutto regolare con pagamento SIAE compreso. Questi mazzi di carte che erano di monopolio hanno trovato negli anni successivi una buona collocazione, perlopiù nei centri anziani che me li richiedevano (es.quello di Piuro). Avevo molte conoscenze trasversali e quando mi ritirai nessuno riuscì più a ripetere questa iniziativa.

 

CONCLUSIONI: alleluia

Adesso, a 77 anni, abito a Borgonuovo di Piuro e tuttora vado ancora giù tutti i giorni nel mio “ufficio” al Caffè Svizzero, alla mattina dalle 7 alle 9, anche d’inverno con guantoni e giaccone e chi vuole trovarmi sa dove andare. Mi ha fatto piacere che quelli di archivio 68 Sondrio siano venuti a scovarmi.